Tanzania: Mikumi e Ruaha National Park

Tempo di lettura 7 minuti

Siamo in Tanzania. Lasciamo la riserva del Selous guidando lungo strade sterrate in salita. Incontriamo molti camion, spesso in panne o con la trasmissione fusa, stracolmi di merce e di persone. Incontriamo villaggi dove molti hanno il cellulare ma non il cibo, dove la benzina si vende in bottigliette di plastica e dove le motorette cinesi la fanno da padrone.

La nostra destinazione, dopo una breve sosta al Parco Nazionale del Mikumi, è il meraviglioso Parco del Ruaha. Lungo la strada Bilali (chi ha letto la puntata precedente lo conosce, è la nostra guida) ci fa fare una sosta in un rettilario, quel breve tempo sufficiente a sgranchire le gambe, commiserare i poveri animali tenuti prigionieri e per permettere a Leo di farsi stritolare il braccio da un pitone. Ci fermiamo anche in un villaggio dove Bilali compra un sacco enorme di cipolle da portarsi a casa, che viaggeranno sul tettino del nostro fuoristrada per il resto del viaggio.

Parco Nazionale Mikumi

In questo parco non abbiamo avuto modo di soffermarci a lungo, si è trattato più che altro di una sosta durante lo spostamento verso il Parco Ruaha. Pare che in questo parco, come nel più famoso Manyara, i leoni si arrampichino sugli alberi; noi purtroppo non abbiamo avuto la fortuna di vederli. Un piccolo aneddoto divertente comunque c’è: alla sera all’aperitivo serale partecipano anche i bushbabies. Sono dei simpatici animaletti, chiamati in italiano galagidi, di aspetto simile ai lemuri, con occhi ed orecchie molto grandi. Sono simpaticissimi: nella penombra si avvicinano agli ospiti per rubacchiare qualche nocciolina. Sono la grande attrazione della serata!

Parco Nazionale Ruaha

Questo parco ci ha indubbiamente colpito per i meravigliosi paesaggi, oltre che per l’abbondanza di fauna. L’ecosistema è estremamente vario: foreste fluviali lungo il fiume Great Ruaha, rift valley, savana e foreste montane. Tutto questo è l’enorme parco Ruaha. Ospita oltre 1400 specie di piante, di cui 15 endemiche (più del doppio rispetto alle 600 specie che si trovano nel più famoso Serengeti).

Il fiume Ruaha, purtroppo, negli anni si prosciuga sempre prima durante la stagione secca. Questo è dovuto allo sfruttamento delle acque da parte di alcune grandi aziende agricole che la utilizzano per le risaie. Il risultato, purtroppo, è un impoverimento delle risorse idriche nel parco, che danneggia la flora e la fauna che vi abitano. Non sono solo ippopotami e coccodrilli a risentirne, ma tutti gli esseri viventi dell’area, dai piccoli mammiferi agli elefanti. Per saperne di più sulla situazione del Parco Ruaha e per dare il vostro contributo, vi consigliamo di visitare il sito Friends of Ruaha Society.

Anche all’interno del Parco Ruaha la vita scorre scandita dal ritmo del sole. Di primo mattino partiamo alla ricerca degli animali. Le ore più calde le trascorriamo pigramente giocando a Munkin sotto le tende del campo. Verso il tramonto, la savana si rianima (e noi pure) e ci regala avvistamenti ed emozioni. Alla sera, ceniamo attorno al falò. Dirigendoci nella notte alla nostra tenda, puntando la torcia verso l’oscurità, d’improvviso decine di occhi splendono investiti dalla luce, prova tangibile del fatto che nella savana non si è mai soli. Una sera usciamo per una breve passeggiata alla ricerca delle iene; non riusciamo ad avvistarle, ma l’emozione di camminare nel buio nella savana selvaggia è elettrizzante!

Quando è ora di salutare il parco Ruaha, inizia già la nostalgia, perché il ritorno a casa è imminente e il mal d’Africa ricomincia a salire prima ancora di averle detto addio.

Tanzania: cosa ci è rimasto

L’Africa sta cambiando. Per certi versi è un po’ meno aggressiva di un tempo, un po’ più civilizzata. Non fraintendeteci: siamo felici per loro, per i tanzaniani, che ora vivono in casupole di mattoni anziché in capanne di fango, che sono raggiunti dalla rete gsm anche nei villaggi sui monti Uluguru, che si caricano una famiglia di quattro persone su di una motoretta cinese… Siamo davvero felici di non aver visto toraci rachitici e pancioni gonfi e vuoti, siamo felici di non aver visto mosche appiccicarsi al bianco degli occhi.
Però.
Questa Africa, che avrebbe potuto restare incontaminata, si sta civilizzando. Con tutte le perdite annesse. È una civilizzazione incivile, barbara, che schiaccia il resto.

Ciononostante:

  • abbiamo avvistato un’infinità di impala, zebre, giraffe, gnu, elefanti, babbuini, cercopitechi (una specie di scimmia bianca con il muso nero), ippopotami, coccodrilli, bufali; leoni, con tanto di accoppiamento in diretta (esibizionisti); ghepardi; un leopardo, che, per riprendersi la preda nascosta nel bush, è passato vicinissimo alla jeep, sfiorando la ruota anteriore, tanto che pure la guida con nonchalance ha tirato su il finestrino del passeggero, mentre noi, duri&puri, ci sporgevamo da sopra il tettino aperto. E poi ancora: kudu, dik-dik (l’antilope più piccola, che va sempre in giro in coppia, da cu il nome ripetitivo), varani, facoceri, manguste, procavie, waterbucks, reedbucks. Un bufalo attaccato da un coccodrillo durante la traversata del fiume (l’ha scampata il bufalo e il coccodrillo è rimasto a pancia vuota). Cuccioli mignon di coccodrillo, delle dimensioni di una lucertola, tutti-occhi. Un serval (una sorta di gatto selvatico, molto raro da vedere). Otocioni, in fuga (sono delle specie di volpi con le orecchie molto grosse, anche loro piuttosto rari da avvistare). E poi, vediamo, una svariata varietà di uccelli: avvoltoi, marabù, gru coronate, aquile, gruccioni, cicogne, aironi e chi più ne ha più ne metta. E poi, e poi… dimentichiamo qualcosa di sicuro, lo sappiamo;
  • abbiamo fatto colazione con gli elefanti che ci passavano a un metro – ed uno si è pure infilato in cucina, per uscirne poco dopo rincorso dal cuoco!
  • abbiamo fatto colazione e pranzo nella savana, sotto i baobab;
  • abbiamo dormito nelle tende con le orecchie tese per capire se chi ci passava accanto era un ippopotamo o un elefante o chissà ancora chi;
  • abbiamo bevuto gin tonic intorno al fuoco. Leo si è fatto stritolare il braccio da un pitone. Abbiamo sentito il terrore degli impala che “soffiavano” disperati contro il ghepardo che si aggirava lì attorno;
  • abbiamo svolto le nostre funzioni corporali sotto la volta stellata (non per inciviltà, quanto perché nella tenda – o, meglio, fuori di essa, seppur con pareti di tela attorno – doccia e water erano en-plein-air…);
  • abbiamo trascorso una settimana illuminati solo da lampade a cherosene o candele, o dal sole;
  • ci siamo fatti pungere dalle zanzare (si spera non da quelle della malaria…);
  • ci siamo riempiti le scarpe della terra rossa dell’Africa;
  • abbiamo aperto gli occhi con l’alba che illuminava la tenda;

L’Africa ci ha sedotti, regalandoci null’altro di un vento diverso sulla pelle per così dire. Accogliendoci senza domande, senza remore. Anche se, purtroppo, spesso negli occhi delle persone c’è ostilità. Non che non abbiano i loro buoni motivi. Però si percepisce un’ostilità che rattrista. Il Continente Nero (paraponzi-ponzi-po). Questa terra che è grembo materno accoglie, ma la gente no. Almeno per quel che abbiamo visto noi. Le divisioni ci sono e sono insormontabili troppo spesso. Perfino la nostra guida, Bilali, osservava i suoi connazionali a volte con altezzosità. Purtroppo. Fare la guida significa essere benestanti e avere un buono status sociale e le sue maniere nei confronti dei più poveri spesso rasentavano la maleducazione. Quanto può essere difficile la crescita di un popolo, quando vanno a pascolare le vacche con un bastone e poi si stipano attorno all’unico generatore del villaggio per poter usare il telefonino? Non sarebbe stato meglio utilizzare il principio della non interferenza della Federazione Stellare e permettere loro di evolvere secondo i propri ritmi e necessità? Sono riflessioni che l’Africa evoca, inevitabilmente. Nerdaggine a parte, i sentimenti che genera l’Africa sono contrastanti. Da un lato, il rammarico di vedere un popolo distrutto dalla tecnologia prima ancora che potesse vedere una vera “Età dell’Oro”, etnologicamente parlando. Dall’altra, la profonda meraviglia di una natura forte e selvaggia, insieme alla preoccupazione purtroppo fondata che non durerà.

Nel frattempo, però, chi può si goda l’abbraccio dell’Africa e tutto il male e il bene che fa al cuore.

Qui il video della nostra avventura in Tanzania nel parco Ruaha direttamente dal nostro canale YouTubeEnjoy!

:::Info pratiche:::

All’interno del Mikumi National Park non ricordiamo più in quale lodge abbiamo alloggiato, comunque all’epoca era un pochino fatiscente quindi chissà se è ancora aperto. All’interno del Ruaha National Park, invece, abbiamo alloggiato presso Mdonya Old River Camp, un bellissimo campo tendato molto confortevole immerso nella natura.

Noi vi consigliamo di affidarvi ad una guida, sia perché le strade sono spesso impegnative sia per poter fruire della preparazione e delle conoscenze di chi in Tanzania vive e conosce il territorio.

Raccomandiamo sempre, prima di partire, di consultare il servizio di malattie infettive della vostra ASL di residenza per eseguire le vaccinazioni e le profilassi necessarie per proteggervi da malattie endemiche in Africa, quali la malaria o la febbre gialla. Non dimenticate di indossare sempre indumenti a manica lunga dopo il calare del sole, di colori neutri e di utilizzare i repellenti per insetti quando siete all’aperto e le zanzariere all’interno della vostra camera o tenda.


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23 Responses

  1. Purtroppo i cambiamenti per quanto positivi possano essere, portano sempre via qualcosa che non tornerà più. È la dura legge della civilizzazione. Io spero sempre che si possa guardare al futuro tenendosi ben stretti le tradizioni e l’anima vera che ci caratterizza ma a volte non è così. E l’Africa mi sembra di capire dalle vostre parole che rientri in questo gruppo.

  2. Vi invidio moltissimo, solo leggere mi ha tolto il fiato. Certi aneddoti sono strepitosi, tipo l’elefante che cerca di infilarsi in cucina… Ma soprattutto vi ringrazio per le riflessioni finali. Anche per questo adorerei fare questo viaggio, per vedere certe cose con i miei occhi.
    L’ostilità mi ricorda un po’ la Russia… Anche lì ne ho vista tanta 🙁

    1. Grazie Lucy: in tutta onestà, dopo aver scritto eravamo dubbiosi se lasciare così le riflessioni che ci erano uscite di getto… si tratta di argomenti delicati, non facili da affrontare. Alla fine abbiamo deciso di lasciare le nostre riflessioni così come le avevamo partorite ☺️

  3. Anche io, non credevo, ma sono stata sedotta dall’Africa. I suoi colori, i suoi profumi e i suoi suoni ti rimangono dentro. Sono stata da quelle parti 10 anni fa, ma è come se fosse ieri.

  4. Mamma mia, che viaggio fantastico! La Tanzania ha colori e paesaggi unici al mondo. Mi ha colpito il fatto che tu abbia notato tanti cellulari e poco cibo…se ne potrebbe discutere per ore. E la foto con il serpente? Brrr
    Bellissimo post 👏

  5. Mi sono avvicinata, fisicamente, all’Africa quest’anno. E ho intenzione di conoscerla sempre più a fondo, è una terra che mi chiama fortemente da quando ero bambina. Nello stesso tempo, però, mi spaventava. Adesso ne sono totalmente ammaliata.

  6. Che bello ragazzi, avevo visto le vostre foto su Instagram ma non avevo ancora letto il racconto. Davvero emozionante vedere tutti quegli animali in libertà e trovarseli persino in cucina! 😀
    Viaggio splendido, scriverete anche un post pratico su come organizzare safari in Tanzania?

  7. La Tanzania e’ stato il primo paese dell’Africa che ho visitato e, in quanto a safari, sono stata al cratere del Ngorongoro. Purtroppo non sono rimasta per la notte, ma la giornata non mi ha fatto mancare ne’ flora ne’ fauna ne’ scena di caccia! La prossima volta resto di piu’, cosi’ provo anch’io l’ebbrezza di cucinare con gli elefanti…. 😀

  8. Bellissimo il vostro post, mi è piaciuto il non entrare troppo nel dettaglio di ciò che avete visto, aneddoti a parte (sono contenta che abbia vinto il bufalo per una volta) e invece scrivere di ciò che avete percepito della realtà. Difficile capire cosa è meglio veramente per i popoli africani…

    1. Grazie Antonella: a dire la verità eravamo in dubbio se lasciare o meno quella parte, ma alla fine abbiamo scelto di lasciarla… Ciò che si può vedere si trova ovunque, dalla tv alla ricerca immagini di google; noi vogliamo raccontare le nostre emozioni, le nostre sensazioni ed i nostri pensieri ☺️

  9. quando leggo di Africa corro subito. E’ un anno e mezzo che non ci torno e già mi manca. La Tanzania, pensate, l’ho vista la prima volta nel 1999, due mondi fa. Ci sono poi ritornata pochi anni fa e, come avete detto voi, l’occidente era già presente e soprattutto la Cina. Condivido molte delle vs riflessioni, spero solo che alla fine gli animali possano esserci ancora, liberi, fra dieci anni

  10. Una colazione sotto il baobab, le scarpe rosse di sabbia… ho sognato leggendo questo articolo! Chissà se riuscirò a portare presto la bimba in Tanzania!ho ancora dei timori.

    1. L’Africa credo che sia un grado di conquistare qualunque bambino, con tutti gli animali che si vedono. Certo dipende molto dall’età della bambina, ma credo che sai 6 anni in su riescano a godersi n tipo di viaggio del genere

  11. Che esperienze affascinanti. Spero che i cambiamenti in atto tra la popolazione locale non abbiano come conseguenza danni all’habitat ed alla sopravvivenza degli animali. Un turismo responsabile forse può incentivare la conservazione di questi luoghi stupendi.

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